CSI 200 anni fa: storia di un delitto misterioso a Pietraperzia

Capita spesso, durante la consultazione delle fonti storiche, di imbattersi in documenti che niente hanno a che vedere con lo scopo della ricerca che si sta svolgendo, ma che attraggono l’attenzione del ricercatore.

Retro fascicolo
Retro dell’incartamento che contiene l’autopsia

E’ proprio questo il caso occorsomi qualche settimana fa all’Archivio Diocesano di Catania, durante una ricerca sulle Confraternite attive a Pietraperzia nel ‘700.

Un trafiletto mi colpisce: “Copia del viso corpore del miserando Giuseppe Russo di Pietraperzia”: in pratica, un’autopsia. Si tratta di ben 40 pagine tra referti, deposizioni, testimonianze, richieste, lettere in latino e italiano. Decido ovviamente di richiederne la riproduzione per poi analizzarlo con calma, per non distogliere l’attenzione dal vero obiettivo della ricerca.

Decisione azzeccata, visto l’interessante contenuto del documento, di cui ora riassumo le parti salienti.

 

Pietraperzia (EN), Luglio 1801: presso il castello della Corte Capitaniale (tribunale) è detenuto Giuseppe Russo, figlio di Nicolò.

Mercoledì 15 Giuseppe, non trovandosi in buona salute, viene trasferito presso la camera posta a ponente nel recinto del Castello, per consentirne le cure da parte dei medici; una guardia viene posta all’ingresso della camera, il 38enne nisseno Michele Talluto.

Viste le condizioni di salute del detenuto la Corte consente libero accesso ai familiari con lo scopo di assisterlo e fargli visita.

Giorno 16, Giovedì, Nicolò Russo chiede al medico Don Calogero Migliocco di andare a visitare il figlio; questi si reca dal detenuto, assistito in quel momento dalla sorella, gli tasta il polso e lo trova febbricitante; annota anche un’emorragia dalle narici e prescrive un purgante al sale anglicano.
L’indomani effettua una nuova visita, trovando Giuseppe Russo – stavolta assistito da donna Rosa, la madre, che aveva passato lì tutta la notte – ancora con la febbre, ma tutto sommato lo reputa in discrete condizioni – sano di mente e non delirante -, dal momento che nega la necessità di somministrare l’estrema unzione (come richiestogli dal sottocastellano).

Più tardi, lo stesso giorno (17 Luglio),  il sottocastellano Giuseppe Ragazzo va a trovare il detenuto e nota un paio di pezzi di gesso che donna Rosa aveva dato al figlio, il quale li aveva nascosti sotto il cuscino: requisiti, ordina alla madre di non cedere più niente al giovane, se non il cibo e i medicamenti.
Appena uscito viene però richiamato dentro dalle urla di donna Rosa, che cercava di impedire al figlio di strangolarsi col fazzoletto appena strappatole di dosso. Il sottocastellano vince le resistenze del giovane, gli sfila il fazzoletto e lo redarguisce di non fare più nulla del genere.

Verso mezzogiorno donna Rosa torna a casa a preparare il pranzo per il figlio, e viene sostituita dalla figlia Vincenza; questa dopo circa un’ora, notando il ritardo della madre, decide di andare a casa a sollecitarla; in quel momento anche la guardia Talluto va in pausa pranzo, lasciando la camera del detenuto chiusa col catenaccio.

Mezz’ora dopo, al suo rientro, Talluto incontra donna Serafina, moglie di Giuseppe Turco (un altro detenuto) che, conoscendo Giuseppe Russo, chiede di poterlo andare a trovare: permesso accordato.

Talluto e donna Serafina si recano nella camera di G. Russo, aprono il catenaccio e appena entrano lo trovano riverso sul materasso, con la lingua di fuori, probabilmente morto. Serafina, intimorita, esce subito, e lì incontra un’altra giovane donna che accorreva (la 19enne Concetta, anche lei moglie di un detenuto – Vincenzo Gloria), attirata dalle grida di Serafina e di Talluto. Subito viene chiesto a quest’ultima di andare a chiamare il sottocastellano, in quel momento a pranzo all’osteria.

Testimonianza Serafina
Estratto dalla deposizione di donna Serafina, moglie di Giuseppe Turco

Questi, appena informato sui fatti, si dirige insieme ai suoi commensali Agostino Sanguedolce e Rocco Passaniti alla camera del detenuto, e, più pronto d’animo rispetto ai presenti, pone subito la mano sul cuore del (presunto) cadavere: “è ancora vivo, passatemi dell’aceto”!
In quel frangente Agostino Sanguedolce scorge uno spago attorno al collo di Giuseppe Russo e fattosi passare il coltello dalla guardia, riesce con fatica a tagliarlo.

Purtroppo è ormai troppo tardi, Giuseppe Russo muore.

 

A questo punto, ciò che accade è degno di una trama degli odierni polizieschi come CSI.

Logo CSI

Vengono fatti chiamare ben 5 medici (due medici fisici, due chirurghi e il protomedico sostituto) e diversi testimoni per eseguire quella che oggi definiremmo la visita del coroner (o medico legale).

Il risultato di questa è che Giuseppe Russo è deceduto in seguito a un assalto apoplettico causato dall’asfissia che lo stesso si è procurato strangolandosi con la fune di cordicella di giumarra, lunga 5 palmi, attorcigliata 2 volte attorno al collo. Prova ne era anche il volto livido e le strisce di sangue nella parte superiore.

In una parola, suicidio.

Tutte le deposizioni concordano con la dinamica di quei concitati momenti, e la relazione del protomedico non lascia spazio a diverse interpretazioni.

Relazione medici legali
Relazione dei medici sulla morte di Giuseppe Russo

A questo punto, le autorità ecclesiastiche della città di Pietraperzia si pongono una domanda: Giuseppe Russo merita o meno la sepoltura, in virtù del fatto che si è tolto la vita?
Le opinioni sono contrastanti, ma nonostante la maggioranza sia per negare funerali e sepoltura al ragazzo si decide di rimettere la decisione al Vescovo di Catania, che viene contattato con una lettera dai toni seguenti.

 

PIETRAPERZIA, 17 LUGLIO 1801 – AL VESCOVO DI CATANIA
Dalla prolissa lettera di questo Reverendissimo Arciprete Francipane e di questa Corte Capitaniale resterà nella piena intelligenza di tutte le circostanze che hanno accompagnato la pessima morte del fu Giuseppe Russo, giovane scostumato e degno di tale morte.
Se il corpo di costui meriti o no sepoltura si rimette alla saggia determinazione di Sua Eccellenza Reverendissima da cui si spera che sarà per dare un timore a tanti altri malviventi, che trascurano il precetto pasquale e non conoscono nè Dio nè la sua Chiesa.

Lettera inviata al Vescovo di Catania
Lettera inviata al Vescovo di Catania

Bisogna inoltre aggiungere che Giuseppe Russo si confessò integralmente e con segni di vero dolore, ricevendone assoluzione, da Bongiovanni del 3° ordine francescano. Il suo cadavere, in attesa di prendere una decisione, fu riposto in una cassa di legno e sistemato nella nova fabrica della Chiesa.

 

La risposta del Vescovo Corrado Maria Deodato Moncada non si fece attendere, ma non fu in linea con quanto speravano i prelati di Pietraperzia. Alcuni estratti:

 

CATANIA, 22 LUGLIO 1801

Risposta del Vescovo di Catania
Estratto della lettera di risposta del Vescovo di Catania

Perchè si divenghi a privare della sepoltura ecclesiastica il cadavere di un battezzato per aver ucciso se medesimo ci si deve rifare al prescritto del Pontefice Onorio I confermato da Innocenzo III […], nel quale si indica che il miserando per essere considerato colpevole deve aver provocato il delitto di propria libera volontà ed in stato di mente sana e non già per imposto di furore o in altero stato di mania, o delirio perchè d’inferma salute.

Non si scorge nel processo alcuna sufficiente prova ma la sola mera congettura d’aver tentato il Russo replicatamente l’eccesso di farsi morte.

[…] parrebbe ben che da coloro che lo visitavano ed assistevano fosse sano di mente.

Conviene poi risapere la causa per cui Giuseppe Russo si trovava carcerato, e di quale delitto era accusato, giaccè non se ne fa menzione nelle carte della relazione.
Bisogna inoltre richiarare più distintamente come abbia potuto il miserando strangolarsi con quel funicello stringendo con la forza delle sue proprie mani, mentre per avergli cagionare la morte, detta forza non avrebbe bastato per lo smarrimento dei sensi in quel punto, che avrebbe debilitato la forza delle mani […].
Dalla relazione del medico che lo visitò emerge anche che egli non fosse delirante.

Pertanto, dovendo decidere il da farsi, convenendo che bisognerà giudicare soltanto sulla scorta delle circostanze riguardanti la sua morte, si dispone che il cadavere venga lasciato nello stato in cui si trova finchè non verranno eseguite ulteriori relazioni.

La circostanza di essere stato il miserando uno scostumato non può essere tenuta in alcun conto riguardo alla pena della negazione della sepoltura ecclesiastica che è il nostro caso.

 

 

 

Ecco così che l’idea dei maggiorenti di Pietraperzia di fare di Giuseppe Russo un esempio per gli altri malviventi della città, negandogli la sepoltura in virtù del fatto che si tolse la vita, fu accantonata, o comunque fortemente ridimensionata.

Il Vescovo, sicuramente assistito dai suoi funzionari, sollevò diversi dubbi sulle circostanze che accompagnarono la morte del detenuto, e redarguì i richiedenti pietrini che la condotta in vita del detenuto nulla aveva a che vedere con la concessione della sepoltura.

 

Giuseppe Russo di Nicolò e Rosa, morto il 17 Luglio 1801 presso il castello di Pietraperzia in seguito a strangolamento, fece parlare di sè fino a Catania, ma la sua morte rimane ancora oggi un mistero.

 

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